mercoledì 29 dicembre 2010

domenica 26 dicembre 2010

Il racconto di Santo Stefano

Ci sono le notizie e i ci sono i racconti. 
Di notizie ne arrivano tantissime, ogni giorno, le consumiamo velocemente e velocemente le dimentichiamo. Di racconti molti meno, uno ogni tanto, li viviamo di più, ci è più facile immaginarli e li assorbiamo per molto tempo.
Oggi nonno Bicenzo, il papà della mia ex fidanzata, ce ne ha fatto uno che ricorderò a lungo, ce l'ha raccontato in un modo spassosissimo. 
Dunque, lui ha un gemello e quando era piccolo suo padre per far vedere a tutto il paese, Andria, che aveva avuto due figli in un colpo solo (era già la seconda volta che gli nascevano due gemelli), li metteva in uno di quei passeggini doppi e poi li legava sul portabagagli della macchina. Se ne andava a spasso per il paese con questi due legati sulla macchina, così live o meglio ''en plein air''. 
Si tolse immediatamente il vizio quando una volta, in una curva, la carrozzina si slegò e cadde. Quel giorno pioveva e i gemelli erano dentro l'auto.

martedì 21 dicembre 2010

Un anno fa, alle due e quarantadue

Era più o meno una sera come questa, umida ma non fredda, quando siamo andati in via dei Gracchi. 
 Mi hai detto a un certo punto: ''prendi la valigia che ci siamo'', io non l'ho presa e son dovuto poi tornare indietro.
 Roma era tranquilla, era lì in attesa del Natale, persone non ce n'erano per strada, c'ero solo io; io, il taxi e i lampioni.
 E scoprivo la magia che c'è in sala parto.
 Vi ringrazierò fin che campo a tutt'e due.
  

domenica 19 dicembre 2010


           Per fare gli auguri ai fans ha invitato una sessantina
    di persone nello storico Carousel House del New Jersey
          

venerdì 17 dicembre 2010

Civiltà

Se le cose stanno come le hanno raccontate loro, l'Italia è anche un paese civile

Nuova grafica 2

Come si dice... chi cambia la via vecchia per la nuova sa quel che perde non sa quel che trova.

We want sex

La bella politica è casualità, partecipazione, impegno, caparbietà, considerazione degli altri, così si fa la storia.
Ieri sera abbiamo riso, e pianto così tanto che stamattina  il parquet del Nuovo Olimpia lo troveranno tutto allagato e sarà completamente da rifare.
Questo film è un miracolo.

giovedì 16 dicembre 2010

Caro Enrico, mi manchi

                                           
Stralcio di un intervista profetica di Eugenio Scalfari al Segretario, 28 luglio 1981

I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente. [...] Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con il bene comune. Non sono più organizzatori del popolo [...]: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss.  I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali. [...] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni o i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. [...] Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto dei vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano.
I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione; ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia di oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati...[...]
 Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire... Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.




                                                   

lunedì 13 dicembre 2010

Il pane fatto in casa

Dice la mia ex fidanzata, che sia per il vino che per il pane non appena fai l'upgrade difficilmente torni indietro. Nel senso che basta una volta che bevi un bicchiere di vino di qualità superiore alle tue abitudini che poi lo vorresti bere sempre. Lo stesso vale per il pane, così da qualche tempo ho preso l'abitudine di farlo io in casa. 
La mia ricetta:
600 grammi di farina di Lariano
330 grammi di acqua temperatura ambiente
150/180 grammi di pasta madre, il forno Roscioli ne ha una di 60 anni
Un pizzico di sale
Un po' di pepe macinato fresco con un Peugeot che avete rubato a ''La Coupole'', se non avete quello non ci provate manco che non è la stessa cosa, andate prima a Parigi a rubare un macinapepe.
Semi di finocchietto selvatico a piacere
Per la lievitazione ci vuole molto tempo, anche tutta la notte.
Quindi una volta impastato, preparate i panetti con la forma che gradite e copriteli con un vecchio maglione caldo. Al momento di metterli nel forno già molto caldo, capovolgeteli, quando sarà cotto capirete perchè.
La lievitazione lenta con la pasta madre, rende il pane molto profumato e gli allunga vita, dura tranquillamente una  settimana. Questa è più o meno la ricetta. 
 Ma l'ingrediente più importante siete voi, col vostro innamoramento, nel senso che impastare il pane vi deve piacere, appassionare e dovete essere fieri di avere le mani appiccicate, non dovete sbuffare se dopo la farina è arrivata dappertutto, in cucina come nei capelli, la cucina si pulisce e voi vi fate una bella doccia.



domenica 12 dicembre 2010

A volte di sera

Certe sere sono più speciali delle altre. Non che accada niente di straordinario, però lo sai, lo senti che sono serate particolari. E non sai neanche tu perchè, succede così per caso, si prepara la cena, si chiacchiera, si discute e ci si sfotte, che poi è tutto così normale, ordinario. Solo a fine sera ti accorgi che nella quotidianità, che hai già ripetuto parecchie volte, hai trascorso una bella serata e non per merito tuo. Probabilmente perché sei felice di far parte di una famiglia. 

mercoledì 8 dicembre 2010

Avion

Ma perchè le persone quando salgono in aereo spingono?

Londra

Londra, con la sua gamma di grigi, resta sempre una bella città, specialmente quando fa freddo e non vedi l'ora di entrare in metropolitana così ti riscaldi. Mi piace osservare la gente sopra e sotto che corre, che poi sotto c'è un mondo, al punto che quando cerchi un fioraio, ti indicano di andare nella stazione di Victoria.
Poi ad un certo punto vuoi tornare, basilico un po' ti manca.

martedì 7 dicembre 2010

Citazioni

Per caso ho incontrato un amico che non vedevo da tempo, gli ho chiesto se gli va ancora di giocare a tennis e gli ho detto pure che mi sono iscritto ad un circolo sul Lungotevere e non ho mai tempo per giocare.
 Mi ha risposto citando Groucho Marx; ''non  vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi membri persone come me''.
 Poi qualche minuto dopo mi ha chiesto se sono su Facebook.

venerdì 3 dicembre 2010

L'amore degli altri

Ieri sera intorno alla tavola (io, la mia ex fidanzata e la capobanda) si è parlato d'amore. Non c'è molto da dire, quando lo sperimenti, l'amore, è sempre passione e tormento. E' sempre uguale sia a Parma che in Marocco. 


giovedì 2 dicembre 2010

I napoletani sono oggi una grande tribù che, anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vive nel ventre di una grande città di mare.  Questa tribù ha deciso, in quanto tale, senza rispondere alle proprie mutazioni coatte di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamano la storia, o altrimenti, la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto nel cuore della collettività; una negazione fatale contro cui non c'è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come  tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia è giusto, è sacrosanto.

Pier Paolo Pasolini






martedì 30 novembre 2010

Bravo, anche alla Fine

Certo la giornata che hai scelto è perfetta, la pioggia fina fina che non smette, i giovani che bloccano Roma  e tanti pseudo giornalisti che hanno scambiato il rione Monti con Avetrana. 

domenica 28 novembre 2010

Pasta e patate (che si mangia in cucina)


La ricetta varia da regione a regione, da  paese a paese, da casa a casa, e capita spesso che nella stessa casa ne esistano varie versioni, a volte per quanti sono i componenti della famglia, immaginatevi le discussioni.
 Io la faccio così, ingredienti: cipolla, aglio, patate (meglio se vecchie), pasta (mista che ora si trova raramente, vanno bene gli avanzi tutti diversi di taglio piccolo o spezzati), carote, sedano, due pomodori di quelli appesi (vanno bene anche in scatola), scorza di Parmigiano, olio, sale e pepe, un ramo di rosmarino.
 Preparare un brodo  con carota, sedano, una cipolla e una patata.
 Soffriggere poca cipolla e poco aglio, per mezzo minuto, non devono imbiondire, aggiungere le patate precedentemente tagliate a cubetti e asciugate con lo straccio. Girare spesso con un cucchiaio di legno,  se no s'azzeccano. Far cuocere le patate senza farle rosolare, fate attenzione che non vengano fritte. Non stare al telefono inutilmente, non impelagarsi in altre faccende casalinghe, non lasciare mai gli occhi dalla pentola, al massimo accendersi una sigaretta o un bicchiere di vino per chi non fuma, però potete parlare con chi gradite. Questo è un piatto che si ''deve guardare'', nel senso che si deve sempre assistere.
 Aggiungere la pasta mista, un mestolo di brodo e girare ancora, man mano che la pasta cuoce aggiungere altro brodo, tenere la parte  liquida sempre poco più alta della pasta che intanto cresce, continuare a girare.
Recuperare dalla pentola qualche pezzetto patata, schiacciatelo con una forchetta e rimettetelo a cuocere, farà da collante e la renderà più consistente.
 Quasi alla fine aggiungere i due pomodori tagliati a unghia, la scorza vecchia di Parmigiano a pezzetti e un ramo di rosmarino. Se vedete una bella minestra densa, sicuri di come ''l'avete guardata'' (se non è così buttate tutto e fatevi un panino), potete anche spegnere quando è al dente, dopo aver aggiustato di sale.
Lasciare raffermare nella pentola coperta per cinque minuti,  un po' di pazienza, non vi eccitate, aspettate. Intanto potete apparecchiare per esempio o avvantaggiarvi iniziando già a pulire la cucina. Impiattate e macinateci un'anima di pepe.
 Dunque, la pasta e patate, si mangia in cucina.
 Ne ho avuto anche conferma qualche anno fa, da una persona a me cara.
 Non si mangia in sala da pranzo, è un piatto per gli intimi non  per i pranzi ufficiali o le tavole imbandite. Bisogna apparecchiare nella giusta e semplice misura, solo l'essenziale, ciò che effettivamente serve e non tirare fuori quel po' di argenteria che negli anni avete trovato a Porta Portese.
 La pasta e patate è l'esaltazione della semplicita popolare e va celebrata così, sennò non è pasta è patate, è un'altra cosa.
 Non a caso non è mai servita nei pranzi al Quirinale. Mai, eppure il Presidente la conosce, ma che vuol dire? lui non può mangiare in cucina, allora neanche la ordina per i banchetti di Stato e poi francamente credo che ai politici neanche piaccia.
Il vino,  ci vuole quello che ti lascia la bocca e i denti viola, rigorosamente senza etichetta, nei bicchieri della nutella.
 I piatti quelli vecchi, da tutti i giorni.
 La tovaglia pulita sì, ma semplice, quella del cassetto della cucina, ma se non c'è va bene uguale.
 Per l'avanzo del giorno dopo esistono un paio di mitologiche versioni. Una  fredda dal frigorifero o dal forno (che quando è spento, in alcune case, specialmente al sud, fa da cambusa), condita solo con un filo d'olio. L'altra ripassata in padella con olio, aglio e peperoncino a fuoco medio alto, ''la dovete sempre guardare'', fino a che non diventa arruscata (rosolata e di colore un po' più scura).
 Io pure oggi l'ho mangiata in cucina,  da solo, avevamo discusso con la mia ex fidanzata, io ho tenuto il punto e pure lei, così ognuno per conto suo.
 Stasera però abbiamo mangiato insieme la cioccolata, intanto che  scoprivamo che basilico ha imparato a togliere gli oggetti dalle scatole e poi dopo rimetterli a posto.


La mia settimana tra cibo e ricordi

di Fabio Picchi

Oggi vorrei essere Ponzese. Non so se avete mai visto i marinai di quella comunità riparare una delle loro reti, con quel loro stare seduti con una gamba completamente distesa e l’altra piegata verso se stessi, quasi sempre sulla banchina di cemento di un porto dove, usando le dita dei piedi e mani leste come una donna esperta in economia domestica, mettono in tensione il filo portante delle loro reti per poi cercare fra le maglie eventuali rotture. Quanta tensione in quei gesti e quanta intenzione in quel loro sapersi districare da eventuali problemi.
Sì, spesso vorrei essere esperto come un marinaio ponzese che guarda il cielo e sa se sarà burrasca o bel tempo dichiarato, se sarà possibile navigare per una nottata di lavoro o se sarà necessario non concedere imprudentemente la propria vita ad un mare capace di ricordarci la nostra insignificanza.
Oggi vorrei essere Ebreo per percepire un brivido da minoranza. Comunità che nella mia città, Firenze, condivide un quartiere con un’anima in parte assolutamente popolare e un’altra decisamente borghese. Quartiere che al suo interno custodisce decine di altre comunità. Quella dei pittori, quella degli scultori, quella degli attori, quella degli architetti e via avanti. L’appartenere ad un qualcosa qui viene facile e comodo portandosi dietro tutti i vantaggi di un generale senso di alleanza.
Oggi vorrei essere Ebreo, perché quando fu costruita la Sinagoga, i cui lavori partirono nel 1872, per tutti era chiaro che il suo profilo doveva e poteva appartenere al profilo della città, chiarendo per bellezza e maestosità il suo appartenere a Firenze. Per la sua inaugurazione tutti i fiorentini, ebrei e non, tenevano in mano per i festeggiamenti una bandiera tricolore dichiarando così la loro volontà di appartenere a una Nazione.
Domenica andrò al mare per ricordare mio padre che non c’è più. Domenica sarò Ponzese.
Lunedì andrò dal mio pizzaiolo preferito e sarò Elbano per quella loro pizza con le acciughe più buona del mondo.
Martedì Driss ci ha promesso un couscous e a fine serata diventeremo tutti Marocchini e continueremo quel discorso sulle banche islamiche di cui mai nessuno parla e sulla loro impossibilità di prestare soldi e di arricchirsi con tassi esosi costringendole così a diventare partner di qualsiasi finanziamento, diventando alleate dei piccoli artigiani, dei commercianti, di chi si vuole comprare la casa, lontane spesso e volentieri, ci racconta il nostro islamico amico, da atteggiamenti di smaccata avidità.
Mercoledì sarò quel che sono sperando sempre di trovare un po’ di allegria in giro, che di questi tempi mi sembra merce rara.
Giovedì mi vedro con Pissi che vivaddio insiste nel voler fare il contadino e che per rendersi più credibile, anche se io gli credo già di molto, si è messo a studiare con successo poesia ma in Ottavina.
Venerdì telefonerò a quell'ebreo di Caffaz per farmi raccontare la pastella del suo baccalà fritto e per trascriverlo in maniera indelebile nella mia memoria, sotto la casella “salare l’olio dove poi friggerai dopo aver assaggiato un primo pezzo di baccalà per raggiungere perfetta salatura”.
Sabato voglio fare il grullo, il grullo del paese, quello che fa finta di non capire niente e che sa poi sommergerti con una risata ridicolizzante, non certo per sua follia ma per le nostre tante ridicolezze. Sabato voglio fare il grullo perché mia nonna si divertiva quando da ragazzo mi scalmanavo e lei dalla finestra mi apostrofava affettuosamente: “Dai, non fare il grullo”. Con un malcelato senso di approvazione mi riportava all’ordine tenendosi però lontana dalle conformistiche assenze di un’affettuosità borghese. Ed era pane olio e sale, pane struscicato col pomodoro sporcato di basilico, olio e due gocce d’aceto e alle volte un pane e zucchero bagnato d’acqua e a sua volta sporcato da due gocce di un vino rosso che tingeva il tutto di un rosa violaceo che sapeva di proibito.
Domenica mi riposo perché in questi giorni ho avuto l’influenza, ho fatto un trasloco, pioveva come Dio la manda, pioveva a catinelle, veniva giù che sembravano funi. Ma sono andato ad abitare fra le stelle, in cima al monte dove vedo Santa Croce, dove sento le sue campane, dove vedo la Sinagoga, dove vedo il mercato di Sant’Ambrogio, non vedo ancora la Moschea ma so che c’è, dove vedo tutta la bellezza e la complessità del vivere insieme. Domenica mi farò invitare da un amico e gli chiederò di farmi il pollo fritto. Perché sapete, lo lascia in infusione dentro un trito di salvia, rosmarino e aglio con del succo di limone per una nottata intera per poi friggerlo con una pastella, anche quella segreta che lui racconta essergli stata insegnata da una, dice lui bellissima, donna livornese di cui però per buona educazione e senso di riservatezza nulla ci vuole raccontare.

Fabio Picchi

sabato 27 novembre 2010

Un po' Woody

Oggi stavo parlando con la mia amica napoletana di Ferrara. Discutevamo sul bigottismo di certa gente rispetto alla prostituzione. Un palazzo intero che si è ribellato perchè una ragazza riceve silenziosamente clienti in casa. Ci stavamo chiedendo a chi davano fastidio questi signori, che si recano al secondo  piano di un condominio in via Aurelia, se non alla  marale cattolica dei condomini?  
 Quando io per prendere le distanze da loro me ne sono uscito così: grazie a Dio sono laico.
E lei: grazie a Dio sono laico, non si può sentire.


P.S. Poi mi sono ricordato di quando sono stato bambino, vicino casa ci stavano delle signore sui marciapiedi, tutte le sere, neanche tanto giovani, con il fuoco acceso vicino, di solito incendiavano i pneumatici delle automobili, quei bugiardi dei grandi ci avevano fatto credere che aspettavano l'autobus. Ma mai nessuno si era permesso di mandarle via

giovedì 25 novembre 2010

In pescheria

Tante sono state le cene che ho fatto in questi anni, che per molto tempo, alla pescheria Galluzzi, hanno creduto fossi un ristoratore, e tanti che leggono questo blog lo sanno.
 Stamattina ci sono andato ed ho comprato tre etti di gamberi rossi, due etti e mezzo di mazzancolle, erano vive, una spigola di mare che pesava più o meno 800 grammi (se avanza la congelo per basilico ho pensato), e 400 grammi di vongole veraci.
 Di solito le spese che faccio io quando invito gli amici pesano parecchio di più , così la signora della pescheria mi fa: ''te sei comprato solo poche chicche, ma a chi hai invitato, siete n' pochi?''
 Ed io: ''si stasera ho invitato a cena la mia ex fidanzata, voglio fare una bella cena di crudi, come piace a lei, una pasta vongole e parmigiano (non vi scandalizzate per il formaggio, è un piatto succulento, come diceva Wojtyla ai papa boys, non abbiate paura) e apparecchiare una bella tavola, con un bel mazzo di fiori, che è molto tempo che non l'ho fatto''.
 ''E tu moje nun te dice niente? te c'hai na creatura''
 ''Infatti sono la stessa persona, se ci rifletti mia moglie è anche la mia ex fidanzata'' le ho risposto.
 ''Aho fai bbene, è così che se deve fa, er matrimonio è come na pianta, uno sa deve curà sempre, je deve da ll'acqua, si no se secca'' mi ha detto.
Via Venezia ore dieci e trenta

mercoledì 24 novembre 2010

Nuova grafica

Sì perché i mutamenti, sul blog come per il resto delle cose, sono fastidiosi solo all'inizio, poi dopo un po' ti abitui, ti piacciono di più e ti dici: ma come ho fatto per tutto quel tempo a non cambiare mai.
 E non è detto che sia l'ultimo. 

martedì 23 novembre 2010

Più o meno alle sette e mezza di sera

Poi per mesi e forse per anni, ogni volta che ci saremmo incontrati, ci saremmo fatti sempre la stessa domanda: ''dov'eri a quell'ora? e che stavi facendo?''.
 Si, ce lo siamo chiesti, forse per esorcizzare uno spavento o forse è stato solo un modo per sentirsi un po' più un popolo.
 Più o meno alle sette e mezza  di quella sera là, Antonia se ne stava nel corridoio a gambe divaricate (da bambina faceva danza classica e si vede ancora) cercando di non cadere, con il lampadario che dondolava e gli armadi che sbattevano, fino a quando non è andata via la luce ed è scappata giù in strada.
 Andrej, era solo in casa e stava guardando ''domenica sprint'' alla tv, credeva che tutto quel casino fosse uno scherzo di sua sorella, c'ha messo un po' a capire, poi è scappato in spiaggia, dove si son ritrovati con tutta la famiglia.  La bella Carmela, sedici anni napoletani, stava badando solo al movimento delle anche e a come cadeva la gonna, mentre passeggiava su e giù per via Caracciolo, non si poteva accorgere di quello che stava succedendo.
E neppure Salvatore s'era accorto di niente, mentre correva con la macchina gialla dentro l'auto scontro, nella villa comunale  Nel carcere di Poggioreale, approfittando dell'obbligatoria apertura delle celle, i cutoliani facevano una strage di camorristi della vecchia guardia. Gianni, che oggi è un bravissimo costumista, stava giocando con suo fratello a ''mamma e figlio'' sotto il tavolo della cucina, si era travestito col grembiule di sua madre.

 Vincenzo stava chiacchierando sotto il balcone di casa sua, ha sentito un vento caldo ed ha visto gente scappare, si è messo pure lui a correre, poi si è girato e ha visto il balcone crollare.

 Cinque ragazzi che da lì a poco sarebbero diventati gli Avion Travel, se ne stavano andando a zonzo per Caserta ascoltando musica punk dentro una 126.

 Io, ero uscito con Amelia, era la terza volta  che ci uscivo ed ancora non avevo trovato il coraggio per darle il primo  bacio della mia vita. Avevamo appena visto un film con Celentano (sicuramente di Castellano e Pipolo) e stavamo passeggiando sul lungomare di Castellammare proprio gli ultimi secondi che era ancora una bella cittadina, poi urla, polvere e clacson. Avevo trovato comunque il modo di accompagnarla a casa con tutto quel casino, senza farmi vedere dal fratello grande e dal padre e poi chiedere un passaggio per casa mia. Arrivato, mia madre e mia nonna, spaventatissime, per poco non mi facevano anche una mazziata, che mi ero allontanato da casa senza avvisare.  Michele, che frequentava assai la parrocchia, si stava facendo la sua prima sega in bagno, con la foto di Corinne Cléry su playboy. C'ha messo anni per crederci, che non era stata colpa sua, che Gesù non c'entrava niente e non era stata una maledizione come gli aveva detto il prete.  Gennaro il figlio del tabaccaio, si era appena avvicinato col passo felpato ad una macchina vicino al fiume, con una coppia di innamorati dentro e stava per fare la sua prima rapina.  Mio fratello stava studiando, mio fratello ha sempre studiato, anche la domenica.  Eleonora, era uscita appena dalla chiesa e ci era subito rientrata quando aveva visto gli alberi cadere.  La professoressa Martone, che stava al secondo piano della casa, ha preso sua figlia in braccio e si è immediatamente spostata sotto l'arco, ha atteso che finisse tutto e si sono portate al centro del cortile. Si è chiesta almeno per una decina di minuti dove fosse finito il marito, il notaio Caldoro, fino a quando non lo aveva visto sbucare e lui urlando aveva detto: ''scappate il terremoto'', ancora ci ride, che il marito se n'è accorto un quarto d'ora dopo.  Chi in macchina, chi in tenda, chi nel fienile, tutte queste persone, a parte i carcerati,  hanno trascorso la notte fuori domenica 23 novembre 1980, chi per soli tre giorni, chi per una settimana non sono tornati a casa.
 Adesso, sono passati trent'anni e io quei giorni fuori li ricordo benissimo. Ricordo benissimo quel senso di precarietà, era precaria pure l'aria.  Non c'era, in quei giorni, lo spazio privato, non c'era proprio spazio, quel poco che c'era lo dovevi condividere. La casa per cinque persone poteva anche essere una Fiat 127.  Mangiavamo solo zuppe di fagioli o ceci, si perchè quelli secchi ci vuole molto a cuocerli. Così le donne furbamente entravano in casa, mettevano i pentoloni sul fuoco e riuscivano, ci tornavano dopo tre ore. Poi gli sciacalli, si chiamavano così già allora. Si stava tutti insieme, vicini, la borghesia di provincia con il sotto proletariato (che allora esisteva ancora), e pure i cognati che non si salutavano per strada. 
 Il professore Boccia, il mio professore di lettere, è stato sempre un uomo molto attento all'impegno civile, tra le tante cose il pomeriggio insegnava agli analfabeti, odiava tutte le arroganze. Uno di quei giorni lo vidi in un campo, che condivideva  pasto e parole con un feroce capo zona.  A pensarci adesso non era poi così freddo, ma sentivi freddo lo stesso, perchè i poveri hanno freddo e diventi  povero quando vieni privato di qualcosa ed hai paura.

lunedì 22 novembre 2010

O rraù


A differenza di quello alla bolognese che utilizza carni già macinate. Il ragù napoletano (rraù, in dialetto)si fa con pezzi interi, muscolo di spalla e collo di manzo. Spuntature di maiale, polpaccio, capocollo e un pezzo di lardo (purtroppo).
 Si soffrigge la cipolla, si aggiunge un po' di lardo e i pezzi di carne tagliati molto grossi, si lasciano rosolare per una mezz'ora e poi si aggiunge il pomodoro. Una volta raggiunta l'ebollizione si lascia cuocere per sei/otto ore a fuoco molto basso (a candela), fino a che la carne non si scioglie. Per la pasta, ci vogliono gli ziti spezzati a mano. Una bella grattuggiata di parmigiano, un po' di pepe e la pirofila arriva in tavola ancora fumante. Visto il tempo per la realizzazione è un piatto tipicamente festivo. La tradizione vuole che si divida in due tempi, si inizia il sabato pomeriggio e si continua la cottura la domenica mattina.
 Un paio di volte l'anno, quando fa freddo, mi piace prepararlo ed invito gli amici a pranzo, così per ricordarmi le domeniche di una volta e per ricordarmi da dove vengo. Il pomeriggio finisce poi davanti al fuoco con le castagne, a chiacchierare e bere vino.
 Poi puntualmente il lunedì mi pento, si perché è vero che cuoce in otto ore, ma ci vogliono anche otto giorni per digerirlo.

mercoledì 17 novembre 2010

Di mamma non ce n'è una sola


L'antico ricatto della madre è stato sempre: di mamma ce n'è una sola. Poi in più quella napoletana, aveva anche il proverbio: una madre cresce cento figli e cento figli non crescono una madre.
Oggi non è esattamente così.
Jen fa la madre surrogata. Presta il suo utero a chi non può avere figli. Si fa impiantare l'ovulo fecondato e lascia crescere la vita nella sua pancia. Porta dentro di se bambini destinati ad altri. Dice: ''non lo faccio per soldi, ma perchè a diciott'anni, per sbaglio, sono rimasta incinta, e quando è nato il mio bambino mi sono sentita felice come non mai''. Trova ingiusto che ci siano persone alle quali questa felicità è negata. Ogni volta che partorisce piange in silenzio perchè è finita, perchè è stata dura, perchè è stato bello, ma in nessuna di quelle lacrime c'è dolore.

Una vita tranquilla

Nonostante Servillo, che ormai fa solo ''Servillo che recita Servillo'', simulacro di se stesso, mi è sembrato un bel film, con un bel tema interessante e ben scritto.

martedì 16 novembre 2010

Tulipani







Anche i fiori hanno la loro stagionalità. Quando arriva il freddo mi piacciono i tulipani e ci vado avanti fino a quando è primavera.

Ancora Vieni via con me

Ma  il segretario del PD sapeva di trovarsi in una trasmissione televisiva di successo?
Mi sa che non ne ha convinti molti ad andare via con lui.

Vieni via con me

Fini e Bersani. Se si fossero scambiati i fogli con gli elenchi dei valori della destra e della sinistra, nessuno se ne sarebbe accorto.

lunedì 15 novembre 2010

Il giocattolo


Oggi hai piacere di regalarle un giocattolo, è un po' che non lo hai fatto e così trascorri parte del pomeriggio per capire, insieme alla venditrice della Città del sole, cosa potrebbe piacerle alla sua età. Ti trovi tra le mani giochi ingegnosi, stimolanti, oppure  morbidi o con la musica o forse quelli che credi siano adatti a una femmina. Ti lasci cosigliare e alla fine contentissimo vai a casa con un bel pacco.
  Appena varchi la soglia, ti guarda e ti sorride. Insieme a te inizia a scartare il regalo. Lo trova, sorride di nuovo e comincia a toccarlo. Lo scopre subito, lo scopre nel senso che smette di scoprirlo, smette di prestarci attenzione, tu speravi che ci mettesse un po'. Invece lo scopre e dopo poco quel giocattolo è già vecchio. Non le interessa più, se ha un po' di interesse è solo per la carta, che è leggera e fa rumore, ma dura poco comunque.
 Il giocattolo dopo, finirà in uno dei due cesti.
 Ogni tanto, siccome non te ne fai una ragione, ne prendi uno, tiri fuori tutti i giocattoli, peluches, libri di pezza, varie forme geometriche di legno e poi ti accorgi che dopo già mezz'ora non ne vuole pìù sapere.
 Così, li raccogli di nuovo e rimetti tutto a posto.
 Ti sdrai sul pavimento e inizi a giocare ''tu'' con lei: cammini a quattro zampe, balli. Oppure fai finta cercarla ovunque (anche nei cassetti), di non vederla e poi la trovi. Te la metti sulle spalle, diventi un cavallo e te ne vai in giro per la casa, vai di fronte a uno specchio e si fa un sacco di risate, non ha ancora capito che è lei stessa riflessa. Ti nascondi dietro il divano o dietro una porta. Bubu settete, resta sempre un grande classico. La prendi in braccio e la porti a vedere i gatti sul terrazzo, le fai sentire il profumo del basilico che quest'anno ancora resiste e non lo dimentichi che il pianeta si è davvero surriscaldato. Poi ci sono le canzoni, devi sempre cantare, i testi li inventi, non si accorge che la stai truffando. Per le melodie, va bene anche Baglioni, meglio di  Paul Simon Mrs Robinson, eppure un po' di Zecchino d'oro, Il caffe della Peppina per esempio. Ti sdrai ancora sul pavimento e strisci come si fa in guerra, anche sotto il tavolo, ma a te, a differenza sua, ti fanno male i gomiti, intanto che hai lucidato il parquet con i tuoi vestiti.
 Lei non si annoia e si diverte che non smette più di ridere è vero, può andare avanti per ore e la domenica è passata così, intanto che ti senti un meraviglioso giocattolo vivente.



venerdì 12 novembre 2010

Dino, il figlio del pastaio che voleva fare l'attore


Poi, vite che non ti riguardano decidono di andarsene, dopo tanti anni. E allora sei dispiaciuto e non sai neanche tu perchè. Ci pensi meglio e ti rendi conto che non sei dispiaciuto per loro, ma perchè insieme a loro se ne va un'intera epoca, che ti ha fatto sognare e alla quale eri affezionato. 

giovedì 11 novembre 2010

Il rispetto e la stima

Ieri sera stavamo chiacchierando io e  la mia ex fidanzata, come dire... del più e del meno. Quando per indicare un'altra  persona, mi sono espresso così: ''a quella non gli va di lavorare''.
Immediatamente lei mi ha ripreso: ''ti prego non chiamarla quella, un nome ce l'ha e tu sai qual è, si chiama Luisa''. Io le ho fatto un cenno con la testa, indicando un ''si è giusto'', se non altro perchè stimiamo la persona di cui stavamo parlando.
Stamattina al Gr3 ascoltavamo un'intervista al Presidente del Consiglio. Di prima mattina riuscivo non solo a sentirlo, ma anche a vederlo, lo immaginavo sotto la pioggia con l'umidità che gli scioglieva il fard sul volto liftato e quella polvere che si mette in testa per infoltire i capelli che non ha, gli creava una colata marrone sulle basette.
Quando io ad un certo punto ho pensato ad alta voce: ''questo quando parla mi confonde, mi ricorda la Guzzanti quando imita Berlusconi''. La mia ex fidanzata mi ha sentito, ma stavolta non ha ritenuto opportuno corregermi.

martedì 9 novembre 2010

lunedì 8 novembre 2010

E' autunno

Quello nuovo, appena fatto pizzica un po'.
E poi piace alla mia ex fidanzata.

Caro Francesco

Sabato sei novembre
 Bologna, Canzone di notte n. 2, Eskimo, L'avvelenata, La locomotiva, Canzone per un'amica.
 Eppure tutti questi ragazzi, che ti amano, non erano neanche nati negli anni in cui le hai scritte.
 La tua lirica sa della migliore poesia, come diresti tu. Ed i poeti non piacciono solo agli adulti. 
 Grazie, per avermelo ricordato.

sabato 6 novembre 2010

giovedì 4 novembre 2010

Goran. Ma proprio in Veneto? e alla Lega non ci pensi? ma perchè non te torni a casa tua.

ANSA/MALTEMPO: GORAN E GLI ALTRI, IMMIGRATI NEL FANGO PER VICENZA
(ANSA) - VICENZA, 4 NOV -

 Il ritorno alla normalita' della citta' di Vicenza dopo l'alluvione passa anche attraverso il lavoro incessante di centinaia di volontari, braccia di italiani ma anche di immigrati, fianco a fianco in mezzo al fango.
E' il caso di Goran, originario dell'ex Jugoslavia, impegnato in centro storico a smassare detriti da uno scantinato. "Da qualche mese sono disoccupato - racconta all'ANSA - . Per fortuna non ho avuto problemi alla mia casa, visto che abito al secondo piano, ma mi e' sembrato giusto aiutare chi e' stato meno fortunato di me". L'Associazione Immigrati di Vicenza si era messa disposizione sin dal primo giorno per dare il proprio contributo di sudore e fatica. "Sono stati ammirevoli - sottolinea l'assessore all'ambiente e alla sicurezza Antonio Marco Dalla Pozza - nel lavoro svolto in zona Barche, una delle piu' colpite. Sono stati proprio loro a chiederci di aiutare artigiani e cittadini italiani in difficolta"'.
L'opera di tutti i volontari e' stata incessante e si e' rivelata la 'fotografia' piu' autentica di un dramma vissuto da un'intera citta'. Dopo le 377 persone che ieri hanno lavorato fino a tarda sera, oggi si sono presentati altri 180 volontari al mattino e 150 nel pomeriggio. Sono stati divisi in squadre, poi indirizzate nelle zone ancora critiche, in particolare le vie attorno a ponte degli Angeli, viale Diaz, via Divisione Folgore, viale Brotton e nella Riviera Berica, in particolare a Debba. I turni proseguiranno fino a domenica, con ritrovo alle 8, alle 11 e alle 14 alla tenda di piazza Matteotti, che rappresenta la 'regia' urbana delle operazioni.
"Questa e' stata una pagina bella della nostra citta', pur nella disgrazia che abbiamo avuto" sottolinea il sindaco Achille Variati, commosso dalla risposta avuta dal suo invito, al quale hanno risposto soprattutto giovani, ma anche molte donne. A coordinare l'intera macchina organizzativa e' Pierangelo Cangini, assessore alla protezione civile, mentre i volontari sono seguiti direttamente dall'assessore Dalla Pozza. E' lui a raccontare come la fatica abbia messo assieme uomini dell'Esercito e antimilitaristi del presidio 'No Dal Molin'. "In zona piscine - racconta - oggi pomeriggio hanno lavorato assieme i rappresentanti del presidio contrario alla base americana di Vicenza e i nostri soldati". Per Dalla Pozza "straordinaria e' stata anche la risposta degli scout, tutti sotto i 18 anni, che sono stati oltre una cinquantina". "Stiamo per andare a recuperare proprio adesso un gruppetto di loro - aggiunge - che stava lavorando in un garage sommerso da un metro di fango e detriti".(ANSA)

mercoledì 3 novembre 2010

L'ingegner Gadda va alla guerra

Questo spettacolo teatrale è una meraviglia.
 Un racconto profetico, attraverso il quale si rivive parte della vita di Gadda. Prima a capo di una manciata di soldati (1915/18), ci ricorda l'assurdita di tutte le guerre. Poi il ''ce l'ho durismo'' di tutti i fascismi, attraverso le doti di amante/seduttore e della presa/controllo che esrcitava sulla gente Mussolini, che inevitabilmente ci ricorda altri uomini di potere molto più vicini al nostro tempo.
 Gadda, attraverso l'arte e la voce di Gifuni, racconta tutta la paura, il dolore, l'ironia e l'angoscia di una vita non diversa dalle nostre.
 Insomma una rappresentazione da non perdere.
Ma non è questo il punto, perchè l'opera d'arte può anche non incontrare il nostro gusto e il resto non conta.
 L'arte conta però, conta quando il giorno dopo ti svegli e ti senti stimolato, arricchito da nuovi strumenti di critica.
 Se uno spettacolo, un quadro, un concerto, un racconto, anche un buon cibo emoziona i tuoi sentimenti più nascosti, poi, sei portato a rifletterci per parecchio tempo. E ti risvegli al mattino che non puoi fare a meno di pensare e discutere di quello che hai visto o ascoltato la sera prima. Tutto questo, come dice Fabrizio, lo avevano capito già i greci, che avevano inserito il tempo per il teatro, nel tempo dedicato alla produttività e no nel tempo libero.
 Gli artisti per questo hanno una grande responsabilità nei nostri confronti, ci aiutano a riflettere, ci aprono la mente si, e a volte ci fanno anche enormi danni.

venerdì 29 ottobre 2010

Dimenticare ricordando

Certe volte sei proprio obbligato a metter via qualche vecchia cosa. Arriva a un punto in cui non la puoi più utilizzare. Fino a che hai potuto hai sistemato il collo, lo hai anche capovolto, hai ricucito lo strappo, hai sostituito i bottoni, ma poi finisce che le parti mancanti diventano davvero troppe e allora, fine, punto. E' successo qualcosa a me o a lei?
 Per molto tempo, per quindici anni hai indossato la stessa camicia a tutti gli appuntamenti importanti. Con la scusa che ti portava fortuna, in effetti a pensarci adesso, l'unico motivo è solo quello che ti piaceva assai. Poi, improvvisamente,
un giorno ti ritrovi a gettarla nella spazzatura, e provi uno strano sentimento che sta tra la paura, il sollievo e la soddisfazione. Mi sono alleggerito di una camicia o mi sono arricchito di un ricordo?
 Fernando Tavora un giorno ha detto: ''dimenticare è importante quanto ricordare; è un modo per selezionare, dunque una forma del ricordo. Per progettare è importante saper dimenticare, nell'architettura così come nella vita''.

Magari

giovedì 28 ottobre 2010

Amarcord (è un po' lungo, ma ne vale la pena)

I bambini, i giochi e la città.
Sono figlio della città e della guerra. Sono cresciuto a Parigi. Nel 1945 avevo dieci anni. Se provo a mettere in relazione il tema dei miei giochi d’infanzia e quello dei luoghi della città in cui sono cresciuto (in questo caso Parigi), posso supporre, senza grosse possibilità di essere smentito, che le due realtà siano cambiate moltissimo; la cosa più sorprendente sarebbe che i miei ricordi riuscissero a dire qualcosa a un bambino o a un preadolescente di oggi.
Iniziamo con qualche ricordo.
Durante la guerra lo stato maggiore tedesco aveva occupato, vicino al giardino di Luxembourg e al Senato, il lycée Montaigne, che normalmente era la mia scuola. Così, fino all’ottobre del ’44, quando il lycée Montaigne tornò alla sua funzione originale, noi bambini eravamo stati smistati in diverse scuole primarie del quinto arrondissement. Avevo nove anni e a scuola ci andavo da solo a piedi partendo dalla rue Monge, risalendo la rue de la Montagne Sainte-Geneviève, discendendo la rue Soufflot e attraversando il giardino di Luxembourg.
I miei primi luoghi di gioco furono i cortili delle scuole e la strada, poi il giardino di Luxembourg. Il mio quartiere, da cui non mi sono mai allontanato se non per ritornarci, l’ho percorso in tutti i sensi, prima accompagnato dall’uno o l’altro dei miei genitori e poi da solo. È il luogo della mia infanzia al quale sono rimasto fedele. Viaggio molto, ma, a intervalli più o meno regolari, lo ritrovo e mi ci ritrovo.
I nostri giochi d’infanzia erano molto fisici e segnati dagli eventi dell’epoca. Le prime classi della scuola elementare erano miste e le bambine avevano i loro giochi, per esempio "la campana" (la marelle), ai quali di solito noi bambini non ci associavamo. Partecipavamo solamente quando cedevamo alla tentazione di mostrare la nostra forza, mettendoci quindi a saltare di casella in casella con un piede solo, cercando di raggiungere il cielo che coronava quella struttura tracciata frettolosamente per terra con il gesso. Di solito noi giocavamo alla guerra. Divaricavamo le braccia e volavamo per il cortile ruggendo come i motori degli aerei. Da buoni piccoli maschi fallocratici ci suddividevamo i ruoli: alcuni di noi attaccavano le bambine, gli altri le difendevano. L’arbitraggio arrivava spesso dal cielo, quando le sirene risuonavano. Era l’allarme, la guerra vera. Ci facevano scendere di corsa nei rifugi sotterranei, che in questa parte di Parigi erano un pezzo delle catacombe. Quando dopo l’allarme rientravamo a casa, cercavamo i frammenti dei proiettili tirati dalla DCA (la difesa contraerea). Erano delle calamite eccellenti ed erano facili da trasportare poiché si fissavano le une sulle altre, formando dei piccoli cumuli irregolari e compatti che laceravano le nostre tasche.
Più sportivo, il gioco della "palla prigioniera" (balle au prisonnier) opponeva due campi separati da una linea tracciata al suolo. A volte improvvisavamo una partita in uno dei giardini che frequentavo il giovedì, giorno di vacanza da scuola, dove ritrovavo bambini e bambine della mia età, in generale figli di amici dei miei genitori. Il gioco consisteva nel colpire con un lancio di palla ben assestato un giocatore del campo avversario, che, una volta colpito, doveva passare dietro una linea situata in fondo al campo degli avversari che l’avevano appena fatto prigioniero. Ma se i suoi compagni riuscivano a passargli la palla e lui riusciva a sua volta a fare un prigioniero, veniva liberato e riprendeva la partita nel suo campo. Non si risparmiava nessuno: vinceva chi faceva prigionieri tutti i giocatori dell’altro campo.
Quando non imitavamo la guerra, praticavamo qualche gioco più gradevole che poi negli anni è scomparso, come "il cerchio", (le cerceau). Con una bacchetta rigida e leggera, concepita proprio a questo scopo, facevamo ruotare dei cerchi di legno. C’erano diversi gradi di competenza nell’arte del cerchio. Era un gioco sia maschile sia femminile, ma ai ragazzi più forti e agili piaceva fare sfoggio della propria abilità: e allora correvano a rotta di collo e percorrevano delle distanze impressionanti in un tempo record o, ancora, mostravano di riuscire a controllare il cerchio di legno come se fosse un animale da loro addomesticato. Lo lanciavano in avanti imprimendogli un effetto tale da farlo ritornare diligentemente verso di loro dopo aver percorso qualche metro; riuscivano poi a fargli disegnare delle "figure" in aria, come i cavalieri professionisti riuscivano a fare nelle loro cavalcate.
L’altra distrazione, che però io iniziai a praticare solo dai nove anni in poi, era il gioco delle biglie. Il gioco delle biglie conosceva tre versioni, una più mobile e le altre due più statiche, tutte di spirito abbastanza discutibile dal momento che rischiavano di rappresentare per noi bambini una prima forma di gioco a soldi. Alcuni di noi forse hanno potuto in questo modo farne pratica piuttosto precocemente. Infatti, le biglie costavano abbastanza care e le conservavamo gelosamente in piccoli sacchetti di stoffa che aumentavano e diminuivano di volume secondo l’andamento del gioco. Eravamo un po’ come dei ricercatori d’oro sempre diffidenti ma sempre suscettibili di perdere il loro magro tesoro al saloon vicino. Al Luxembourg non c’erano i saloon ma dei baracchini (che esistono ancora), dove delle vecchie signore vendevano con la loro voce dolce delle bibite zuccherate, delle piccole girandole che i bambini più piccoli facevano girare nel vento (per farle girare bastava alzarle al cielo correndo a rotta di collo) e delle biglie più o meno preziose per i veri avventurieri che al pomeriggio intorno alle quattro uscivano dal lycée Montaigne. Tra loro c’era qualche "spregiudicato" che sembrava non preoccuparsi per nulla né dei compiti della scuola né dei propri genitori e, senza scrupoli, si attardava nel luogo di giochi abituale, a mezza strada tra l’Osservatorio e il Senato. Io facevo parte della categoria dei ragazzini timidi e ben educati che facevano sempre i loro compiti e imparavano bene le loro lezioni; tuttavia spesso cedevo alla tentazione di fermarmi a giocare, a costo di rimanere poi senza fiato risalendo di corsa la rue Soufflot per non arrivare troppo tardi a casa. Le biglie più comuni erano fatte di terra. Nelle categorie superiori c’erano quelle di vetro e, al vertice della piramide, quelle di agata che, coloratissime, sembravano delle pietre preziose. Di questi tre tipi di biglie ne esistevano due taglie: le più grosse si chiamavano calot, termine proveniente dalla parola écale (mallo) che originariamente indicava la noce di cocco e che poi è stato applicato agli elmetti dei militari e alle grosse biglie in vetro e terra. Il nostro vocabolario conservava, così, come se niente fosse, qualche traccia di guerra. L’arma assoluta, che non deviava mai una volta lanciata, scagliata, era la biglia o, meglio ancora, il calot in acciaio: si rivelava salda e irremovibile agli assalti delle biglie di terra e di una precisione micidiale nell’attacco.
Gli esempi di questi giochi degli anni ‘40 m’ispirano a distanza qualche osservazione.
La prima è che me ne ricordo.
La seconda è che erano, nel bene e nel male, dei giochi sociali.
La terza è che giocavamo in una città che ha subìto nel tempo radicali trasformazioni, tranne, forse, per quanto riguarda lo spazio particolare, insulare, di certi giardini pubblici.
Me ne ricordo. Questi giochi hanno lasciato in me delle immagini tenaci, che non mi assillano, ma che posso risvegliare senza sforzi. Qualche mese fa ho incontrato un mio vecchio compagno del Montaigne che conservava come me un ricordo nitido di queste scene che avevano luogo nel pomeriggio dopo la scuola. Queste scene ci hanno segnato perché, in una provvisoria assenza dei genitori, nello spazio intermedio e in qualche modo liminare che separava il mondo della scuola da quello della famiglia, in questi brevi istanti di "libertà" dove l’assenza di autorità costituita ci lasciava soli con il nostro "Super-Io", abbiamo fatto pratica di vita sociale e abbiamo cominciato ad assumerci le nostre responsabilità.
Questi giochi presentavano una dimensione sociale reale che noi, a nostro modo, percepivamo. Infatti, in questi incontri dopo la scuola, ci ritrovavamo in un mondo ben più vario e meno protetto sia ovviamente delle nostre famiglie, ma anche della dimensione della classe dove un unico professore ci accoglieva tutti i giorni. C’erano, infatti, bambini di tutte le età e di tutte le categorie sociali nonostante il quartiere fosse relativamente borghese (all’epoca il quinto arrondissement era meno chic rispetto a oggi, e le differenze di classe erano visibili semplicemente nella vita interna di ogni palazzo "hausmanniano", dove ogni piano era abitato da famiglie di estrazione sociale diversa). Frutto dell’epoca e delle immagini di guerra dalle quali eravamo tempestati, noi bambini eravamo abituati a una certa violenza e giocavamo quindi volentieri alla lotta o alla boxe (qualche volta toccò anche a me l’esperienza sfortunata del pugno in faccia). In questo modo ci trovavamo concretamente a doverci scontrare con l’ineguaglianza, non soltanto quella economica, ma anche l’ineguaglianza fisica: c’erano ragazzi più forti e più abili di altri. È ben possibile che per alcuni di loro il tempo dopo la scuola rappresentasse il momento di una rivincita scolastica e sociale inconscia, ma forse dopotutto non così inconscia da non lasciare tracce e ricordi. Tra gli "spregiudicati" di cui parlavo prima credo che uno sia diventato un gangster e l’altro un attore, un attore molto famoso. I giochi dell’infanzia non sono, e non erano all’epoca, più innocenti e privi di significato sociale rispetto a quegli sport professionali di oggi, i cui nuovi talenti sono spesso reclutati nei dintorni delle scuole dei quartieri più popolari. Nei nostri giochi ritrovavamo il cameratismo, l’amicizia e certe forme di solidarietà, ma anche la differenza, la concorrenza e a volte la gelosia e l’antipatia. Insomma, imparavamo la vita.
A volte mi capita, senza voler mitizzare la mia infanzia, di pensare a quest’epoca con qualche rimpianto. E una delle ragioni è l’immagine della città che le è associata. Per spiegare semplicemente e in un modo un po’ naif questa nostalgia, mi basta ricordare che a Parigi nel decennio tra il 1945 e il 1955 c’erano ancora delle carrozze tirate dai cavalli; i venditori ambulanti di frutta e verdura potevano sistemarsi direttamente sulla strada. C’erano meno persone per le vie e soprattutto molte meno automobili. Poteva succedere così che, per noi, la strada si trasformasse in un luogo di gioco e mi ricordo bene di aver partecipato a delle grandi battaglie di palle di neve, dove arrivavamo a costruire addirittura muri e fortificazioni nella piazza del Panthéon. La città doveva parte del fascino che esercitava su noi bambini agli spazi di libertà e responsabilità che offriva. Questi spazi pubblici (e ciononostante esenti da vincoli istituzionali) il cui utilizzo, anche ludico, rappresentava l’inizio della formazione e dell’educazione, o in ogni modo della pratica della relazione con l’altro.

Oggi i giochi sono cambiati e c’è sicuramente molto da osservare e imparare a contatto con i bambini e gli adolescenti. La familiarità che la maggior parte di loro ha con gli strumenti elettronici modifica sia il loro rapporto con la solitudine, sia il modo di instaurare relazioni sociali. È vero anche, d’altro canto, che la geografia della città e dell’ambiente si trasforma. Tuttavia, non è detto che la necessità di aprire spazi pubblici per i bambini e gli adolescenti non resti ancora una necessità urgente. Un mio collega, David Lepoutre, ha scritto un libro molto interessante sull’etnologia della città, Coeur de banlieue, pubblicato nel 1997 da Odile Jacob. Lepoutre insegnava, all’inizio degli anni Novanta, nel quartiere de la Courneuve e la Cité des Quatre Mille e aveva avuto modo di notare che i bambini, a volte molto piccoli e per la maggior parte figli di genitori immigrati, tendevano a formare delle bande, la cui prima occupazione era di appropriarsi del territorio, del loro ambiente, trasformandolo attraverso l’immaginazione: inventavano frontiere, luoghi straordinari e persino riti d’iniziazione. In queste bande di preadolescenti e adolescenti c’erano ragazzi di diverse età, ed era verso i sedici anni il periodo in cui avveniva la selezione tra chi abbandonava la banda e chi entrava invece nel mondo della delinquenza, sollecitato da traffici di tutti i generi.
Senza la pretesa di paragonare il giardino di Luxembourg degli anni ‘50 e le banlieue degli anni ‘90 o di oggi, vorrei suggerire l’idea che i temi del gioco, dello spazio e dell’infanzia hanno da molto tempo una portata sociale e politica fondamentale. Uno dei problemi delle banlieue è che gli spazi di cui i giovani cercano di appropriarsi non sono spazi pubblici, semplicemente perché gli spazi pubblici non esistono o comunque non esistono più oggi. L’immaginario corre liberamente senza un ambiente circostante che lo accolga e dunque senza una protezione simbolica. Il miracolo dei giardini pubblici è dovuto al fatto che sono un bene che permane. Le Tuileries o il Luxembourg non sono cambiati da quando Proust o Anatole France li frequentavano da bambini. Ma, dato il decentramento della capitale verso le periferie, questi giardini fungono da spazi pubblici solamente per una manciata insignificante di favoriti. Uno degli obiettivi del Grand Paris, di cui si parla tanto oggi, dovrebbe essere la creazione, vicino agli edifici scolastici, di luoghi perenni, tra i quali i giardini pubblici restano ancora oggi il miglior esempio. Questi luoghi dovrebbero manifestarsi in modo spettacolare e simbolico come degli spazi pubblici, situarsi in prossimità di edifici pubblici, di teatri o di cinema, non limitarsi alla riduttiva funzione di luoghi di passaggio ma restare aperti, in quanto spazi ludici, alle iniziative dei giovani. Alla fine tutto è politico. Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di "corpi efficacemente disciplinati", ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza nulla imporre. Recentemente mi è capitato di vedere dei ragazzi molto giovani e di talento che si allenavano con lo skateboard la domenica vicino alla fontana di Trocadéro, sotto uno sguardo vagamente preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dei passanti e dei turisti. Spero che potremo ancora per lungo tempo continuare a osservarli giocare e sfidarsi nel cuore di Parigi. È il loro modo per crescere ed educarsi.
Marc Augé
(Relazione per il festival internazionale del gioco in strada "tocatì" Verona, 2010)

martedì 26 ottobre 2010

Polizza

Nella cultura contadina,
dove non esistono garanzie per l'inverno,
sono ''un'assicurazione sulla fame''.

sabato 23 ottobre 2010

Ennio, Federico e Marcello

Quel capolavoro assoluto de ''La dolce vita'' è del 1960. E né prima né dopo quell'anno è mai esistita a Roma la dolce vita . E' una pura invenzione cinematografica di Flaiano, Fellini, Pasolini ecc.
 Perciò quando sentiamo: ai tempi della dolce vita facevo questo o quello... O sorridiamo o dobbiamo intendere ''ai tempi che è uscito il film nelle sale''.
 Qualche anno dopo il successo cinematografico in tutto il mondo, Flaiano, Fellini e Marcello, stavano passeggiando per via Veneto, pare ci fosse anche Carlo Ponti. Flaiano indicando delle persone sedute al Cafè de Paris,  disse: ''vedi Federì, quelli credono di essere noi''. Marcello, che con quel suo indicibile sorriso stava per dire qualcosa, fu interrotto da Fellini: ''Marcello non ridere, è anche colpa tua''.

venerdì 22 ottobre 2010

Anno Zero

E' anche grazie alla comunicazione fatta sul web, se Obama ha prima vinto le primarie nel Partito Democratico e poi le elezioni presidenziali, è stato invece, completamente ignorato (il web) da quasi tutti gli altri avversari, McCain compreso. 
La tv è vecchia, è superata ed è noiosa e lei lo sa. E lo sa anche Santoro.
E' stata spiantata dalla rete, che ha fatto in modo che la televisione finisse in una sala di rianimazione, in attesa di esalare l'ultimo respiro.
E' una questione di utenti, di fruitori, di pubblico. Sono fermi, immobili, sono obbligati a digerire tutto quello che gli viene proposto, senza poter dire la loro.
 Lei  può dire di tutto ed il contrario di tutto, tanto dura un istante, non conosce il podcast. Poi finisce. Non ha la memoria di internet, dove si può rivedere o rileggere per sempre tutto ciò che interessa.
 Infatti Santoro, non solo ha sbancato gli ascolti, ma si è divertito moltissimo, come egli stesso ha dichiarato, quando ha messo in onda sul web ''Rai per una Notte''.
 I Talk Show specialmente se di approfondimento politico, fanno male alla politica, fanno male alla gente che vuole farsi un'opinione, fanno male ai giovani che iniziano a credere che fare politica significhi andare a ''Porta a Porta'', dove anche un leader di partito o un ministro può essere tranquillamente scambiato per una soubrette e dove non c'è differenza tra un programma di interesse sociale ed uno sportivo. I talk show, fanno bene solo agli ospiti ed ai loro conduttori.
 Ieri sera, ci abbiamo pensato pure a lungo, ma poi, io e la mia ex fidanzata lo abbiamo visto ''Anno Zero''.
Si è parlato della libertà di informazione in televisione: i soliti ospiti, veramente i soliti. Inutile scrivere che non si è capito niente, un continuo urlarsi addosso, dove tutti si sono lamentati di essere stati interrotti.
 E' anche arrivata, nel finale, una comunicazione di Masi, il Direttore Generale della Rai, dove spiegava che non c'è stato nessun atteggiamento ostile nei confronti di ''Vieni via con me'', ma consueti problemi organizzativi riguardo ad una nuova trasmissione che sta per essere messa in onda, quindi Saviano può stare tranquillo.
Ma il punto non è questo, la cosa che abbiamo notato, che parlando di stipendi, sono venuti fuori i costi di tanti programmi e i compensi  dei conduttori. E come sempre si è finita con la solita demagogia:  il denaro che viene speso per la produzione dei programmi, non viene chiesto ai contribuenti, ma è interamente coperto dai ricavi pubblicitari... e ogni anno nel bilancio della Rai ci sono 200 milioni di passività.
 Perchè non viene mai in mente a nessuno che gli utili provenienti dalla pubblicità sono finanziati  dalle persone che fanno la spesa? che si ritrovano il prezzo del prodotto, più il contributo pubblicitario.
 In altre parole, chi fa le compere al supermercato versa, spesso in anticipo, parte dei due milioni all'anno che percepisce Fabio Fazio.

mercoledì 20 ottobre 2010

La Studio 44

E' ben tornata a casa la Studio 44, è stata in assistenza per tre mesi, che poi in effetti l'assistenza per lei non esiste. Esistono solo le cantine o i garage dei pensionati, quelle micro officine magiche dove ci trovi di tutto. Uno dei vantaggi, per i maschi, del tempo che passa, è possedere un luogo con tutti quegli arnesi e quei ricambi, che ormai non servono più, però all'occorrenza fanno miracoli, si trasformano in vere sale di rianimazione per radio, motorini, o vecchi giocattoli.
Adesso riprendiamo a scriverci parole d'amore scritte a macchina,
perchè come dice il maestro:
memorabile... frasi d'amore scritte a macchina
la nostra storia in quattro pagine...
che, raccontata ci può perdere...

domenica 17 ottobre 2010

Il vulcano buono

Francesco è un viaggiatore, Stromboli, il Kenya e via Baccina
sono i luoghi dove si ferma più a lungo da trent'anni a questa parte.
Secondo lui questi posti si assomigliano ed hanno una radice comune.

A s. m.

 La vita è tutto ciò che ci succede mentre facciamo progetti per il futuro. John Lennon

venerdì 15 ottobre 2010

I critici cinematografici

Il sigonr Paolo D'Agostini (La Repubblica), proprio non ci riesce a non raccontarti il finale quando, come oggi, recensisce un film. Se solo avesse letto Ennio Flaiano o ''Fuori dal cinema'' di Marco Lodoli.

Evviva

Tutti salvi i minatori cileni

mercoledì 13 ottobre 2010

La tradizione

La tradizione. Una delle tante parole che oggi non usiamo più, non che non la usiamo, la evitiamo.
 Evitiamo proprio di averci a che fare. E' vecchia, perchè è già vecchio tutto quello che conosciamo o immaginiamo di conoscere.
 Ci piace più avanguardia, fusion, etnica. Ci piacciono le novità, nella cucina, nell'arte, come nel resto, ci piace sperimentare credendo di osare, mentendo a noi stessi, perchè sappiamo benissimo che non osiamo affatto, sperimantiamo ciò che sappiamo in precedenza, già è fatto per il nostro gusto.
 Io credo che la tradizione invece, sia un serbatoio enorme di sapienza, conoscenza, cultura, storia, dove si confrontano volentieri modi e modalità che vivono in essa.
 Mi sembra, che la vera avanguardia oggi in cucina, sia provare a realizzare una ricetta, fedelmente, come si faceva cento anni fa. E non cuocere a basse temperature per otto ore, come fanno tanti cuochi, con una riproduzione batterica elevata all'ennesima potenza.
La tradizione, non la impari ai corsi del Gambero Rosso o a quelli di Slow Food, là non te la possono insegnare. La devi ereditare. Devi andare a bottega dalle nonne, che so... dalle zie, dalla vicina di casa, è lì  inizia e parte la tradizione. Perchè anche se vecchia, la tradizione, è comunque sapiente, ed è a chilometro zero, nasce sullo stesso territorio dove si consuma. I suoi prodotti non viaggiano, non si esportano.
Due sere fa avevo un ospite di riguardo, Giulietta, la mia ex fidanzata, viviamo insieme da due anni, con cui ho avuto uno splendido Basilico. Ho preparato una zuppa di pesce. Così mi sono ricordato della donna da cui ho ereditato la ricetta, era nata nel 1909, che per spiegarmi che i pesci hanno cotture diverse mi diceva: a treglia è tenera, comm'a cali accussì e stutà ( la triglia ha una carne tenera, va per ultima, cuoce in un istante).

lunedì 11 ottobre 2010

Buon compleanno Radio3

Cara Radio3, quest'anno è un anniversario importante. Sessant'anni che sei nata.
 Non sono pochi ed anche un bel numero per festeggiarli.
 Sono comunque più sinceri i tuoi sessanta, che i quarantacinque che ha festeggiato Valentino o i centoventicinque di Bulgari.
  Anch'io, ti faccio i miei migliori auguri, sentiti, e ti ringrazio per la bella compagnia che mi fai da tanto tempo. Non ti ascolto da ieri e sei la radio che più di tutte preferisco. Sei gentile e discreta sempre, non alzi mai la voce, mai volgare e sempre corretta e sapiente.
Mi piacciono le persone con cui lavori e mi piacciono parecchio i tuoi programmi, a partire da Prima Pagina, al mattino presto, Radio3 suite, Il teatro di Radio3, il lunedì. Poi Fahrenheit e Hollywood Party, i Concerti dal Quirinale e parecchio altro ancora.
 Auguri a te allora, ma auguri anche a tutte le radio del mondo.
 Auguri a quella Radio Alice di Bologna, che negli anni settanta diede il microfono a chiunque e si trasformò in un vero strumento di produzione culturale. A Radio Caroline, la radio pirata, che un decennio prima, trasmetteva musica rock a bordo di una nave in mezzo al mare, da una località non rintracciabile dalle autorità inglesi. Auguri pure a quella meravigliosa foto apparsa su Life, che ritrae un marinaio ed un'infermiera che si baciano su Time Square, dopo l'annuncio alla radio della fine della guerra, almeno così ce l'hanno raccontata. Auguri  all'uccellino che di notte scandiva le ore. La Hit Parade dei 45 giri, il venerdì alle tredici, radio2, certe strillate c'ho preso perchè non mi presentavo a tavola in orario. Auguri a quell'Italia che cambiò di lì a poco, che le domeniche d'inverno si fermava davanti ad una radiolina per Tutto il calcio minuto per minuto. A Rai Stereo Notte, le tre radio della Rai, che da una certa ora trasmettevano lo stesso programma, ti svegliavi al mattino canticchiando un ritornello che non conoscevi prima, c'ho messo anni per capire che era stato l'ultimo pezzo che avevo ascoltato prima di addormentarmi. Auguri a tutte le radio libere, anche quelle piccolissime, da scantinato, che hanno fatto innamorare tante persone, la frase tipica era, con una voce bassa, calda e notturna, di chi conosce l'uso del microfono: questo pezzo è tutto dedicato a Genny da parte di Salvo. Tutti i viaggi in autostrada di notte, dove ero l'unico sveglio, con responsabilità, mi ricordava di non correre e di allacciare le cinture, quando ancora non c'era l'obbligo, allora ancora si chiamava radio 103.3, e quelle belle canzoni che finivano sempre troppo presto.
Poi ogni volta che i miei pensieri sono andati a chi è recluso in carceri, troppo fredde, troppo calde, troppo buie, o negli ospedali, ho sempre sperato che avesse con sé una radio.
Penso a Giuseppe Impastato, che conduceva i suoi programmi contro i mafiosi da una radio libera di Cinisi.
 La radio è lo strumento di chi ha emigrato, di chi ha deciso di mettere le radici al vento di un'altra terra e le ha sospese, così, all'aria, e non gli resta che immaginarsi la vita come vuole lui. Perchè chi ascolta la radio ha una grande immaginazione. In un mondo che vive di immagine lui si attacca più che può ad uno strumento che tutto ha, tranne che l'immagine.
Viva Radio3, viva la radio, viva le onde corte, medie, lunghe e modulazione di frequenza, viva chi l'ascolta, che mi sembra sempre più popolo e sempre meno pubblico.