sabato 10 luglio 2010

Luciano Ligabue


C'ho pensato tre mesi prima di decidermi ieri sera di andarlo a vedere, e soprattutto a sentire, con quella voce così maschia. Alla fine ci sono andato con Luigi, un amico mio che è venuto a prendermi con la sua Harley Davidson. Al ritorno ho fatto anche qualche centinaio di metri senza il casco. Per me è stata la prima volta, sia sulla moto, sia Ligabue, beh che dire ... meno male che ci siamo andati.
E' un lirico del rock.

giovedì 8 luglio 2010

Legge sulle intercettazioni


L'opinione pubblica bene informata è la corte suprema della democrazia

Joseph Pulitzer

lunedì 5 luglio 2010

Quindici anni fa ricevetti questa lettera, era un'estate calda, proprio come questa. Mi divertette allora , come mi diverte ancora oggi.

Dedico questo scherzo che si intitola ‘’A TE ’’, perché tu possa trascorrere una tenera estate di verde zucchino, avere incontri di rosso ciliegia e di ridere molto come le gialle carote, rinfrescarti col basilico verde, tuffarti in un mare di dolci risvegli e poi dissetarti con bevande alla menta e startene all’ozio in un dolce far niente. E la luce, la luce sia sempre al tuo fianco.

‘’A TE ’’

Nei prati con cespugli di rose, nei boschi, nei paesi piccini poggiati sul mare e in quelli graziosi sospesi su teneri colli, in viuzze isolate in campagna, sul monte dal carattere guappo, sulla strada di verde limone che porta ad Amalfi, nel viale alberato all’alba rosata, nel tramonto dorato, ovunque! Ovunque io vada, in bici o a piedi, lo sento nel naso lo sento nel petto: è il profumo di tiglio, dal sapore di miele. E questo mi rende voglioso di amori innocenti , vestiti di niente, senza destino (di bene o di male), un amore immortale. Intorno al mio collo ci metto una collana di rosse ciliegie e gialle percoche e per orecchini due nespole d’oro. Ed in testa una corona di gigli e di rose intrecciate con salvia ed alloro. Così da sembrare un onesto buon uomo ed insieme una gioviale signora.

Ma si lo confesso non voglio pudori: ho perso la brocca per il fresco basilico.
Con lui avrò un destino crudele, come fu quello di Medea, un destino impietoso. Ma mi piace. E' lui che mi esalta è lui che mi angoscia. Ne sono gelosa. Ogni mattina lo vedo al mercato, tutti lo cercano non c’è distinzione, lo cercan le donne lo cercano i maschi. Lo vedo in terrazzi; sui balconi fioriti in mezzo ai gerani e poi, nei cortili, dove con mano sensuale, una giovane donna con l’occhio nocciola, col seno scoperto; lo stuzzica spruzzandogli l’acqua e lui si sbottona, gli dona il suo profumo invadente e tutto questo davanti ai miei occhi.
Mi sono informata, è il figlio segreto del sole ed una donna che abita sulla riva del mare, una donna mortale, che canta canzoni d’amore... d'amore sensuale. E' come un eroe, non conosce rancori, non conosce affezione, ed è indifferente, spietato, al mio bisogno d’amore privato. Ci sta e poi ti abbandona. Tu speri che torni, tu speri che chiami, tu speri che cambi, che alla fine comprenda la tua anima infranta e metta dolcezza nella tua bocca che è amara. Ma è solo illusione.
Quando il padre dall’alto s'accorge che manca, domanda alla madre, domanda alle stelle, ma nessuno sa niente, é solo allora che il sole s'allontana e non scalda la terra. L’inverno arriva perché manca il basilico e no per cambiata stagione. Ed io metto il lutto sul mio cuore. Divento di pietra perché nessuno mai si avvicini al mio petto. E con sguardo da pazza, la bocca serrata, le mani conserte, imbecille lo aspetto.. malata di un illusione lontana.

La tenerezza del verde zucchino m’acquieta.
È dolce con quella aria senza muscoli tesi. È giovane, eppure, conosce le cose del mondo e questo lo rende un po’ vecchio sapiente, ma lui si presenta come chi non sa niente ed invece di dire ascolta soltanto. Mi toglie difese, mi porta in un mondo dove non ci sono le armi. Quanto mi piace il suo giallo turbante fatto a forma di fiore, per me è una corona di un principe forte e leale che non porta spadoni non porta pugnali, non ti butta per terra facendo sgambetti, è quello che vedi, non ha un’altra faccia.
La mia razza è troppo bastarda, anzi che dico, è solo distratta, per il troppo da fare, per avere il giusto riguardo, per quelli che ti portano pace.

E adesso ridete, ridete di cuore, ci son le carote, che fanno allegria e portano gioia, con il loro corpo di luce.
Son le sole che non hanno paura di niente, hanno sconfitto le tenebre per questo sono allegre e ridono sempre beate. Per comprenderle bene, per sorridere insieme, bisogna che diventi fanciullo fanciulla, che ti rimetti a giocare, perché è nel gioco che scompare quello che chiami il tuo male ancestrale.

E a te che mi leggi.
Mantieniti fresco con stoffe di leggere. E poggia i tuoi piedi in comodi sandali. E ricordati bene che d’estate non si fanno domande se è ''bene'' o se è ''male'', ma si respira soltanto. E non avere amori di lana, ma prenditi amori banali che non fanno calore. Rispetta gli amici e invitali a cena e brinda felice perchè il domani non è ancora arrivato. E quando riposi, riposa nel lino e metti al balcone la citronella che terrà lontano le zanzare feroci.


Ti abbraccio e mi avvolgo nel profumo dei fiori.
Ciro












giovedì 24 giugno 2010

Volo AZ 3695

ventiquattrogiugnoduemiladieciorediciotto

venerdì 18 giugno 2010

Caro José



''L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni''....
ed anche questa: ''per quel che mi riguarda, la bontà, la virtù più disprezzata, viene addirittura prima dell’intelligenza, o meglio è la forma più alta dell’intelligenza''.

martedì 15 giugno 2010

Le lingue degli altri


Scrive Tahar Ben Jelloun: ''il termine arabo per definire la corruzione è rachoua, pietra porosa o tronco marcio e per estensione persona inaffidabile''. Mai una definizione mi è sembrata più esplicita, comprensibile ed appropriata.

lunedì 14 giugno 2010

Lettera a Deborah e Maria


Sono quindici anni che il sabato mattina faccio la spesa di frutta e verdura al banco di Maria a piazza Campo de' Fiori. In verità sono sei mesi che non riesco a essere poi così puntuale.
Maria è una bella matrona romana, esattamente come quelle di una volta, una donna importante, intelligente, non parla mai a sproposito. Con poche parole gestisce un banco dove c'è parecchio da fare, in un modo impeccabile. Sta seduta sempre nello stesso posto da una decina d'anni, da quando, come dice lei, ha avuto problemi di cuore, è raro che la si veda impiedi. Siede su una poltrona di pelle nera che le regalò il direttore del banco di Sardegna di Fontana di Trevi. D'inverno si accende la stufetta, d'estate ci mette su un asciugamano per stare più fresca. Porta spesso la testa bassa sui conti, sugli ordini che gli fanno i ristoranti, o a capare le verdure. Senza guardare la piazza riconosce i clienti dal passo, dall'ora in cui arrivano, dal rumore di un motorino e saluta sorridendo. Controlla il banco e non le sfugge niente, ha una decina di dipendenti e sa sempre esattamente quello che stanno facendo. E' l'unica del banco che ricorda di ogni singolo ortaggio il prezzo. Col tempo le sono diventato simpatico, lo so, me ne accorgo, perchè mi dice spesso ''aoh, ma te sei proprio un rompicoglioni''. Comunque, è grazie a lei, se conosco e se amo la stagionalità delle verdure.
Capita pure che mi regala un broccolo o un radicchio antico, coltivato da contadini di Monterotondo o di Priverno e mi fa: tie' pijete sta busta, che si nun li regalo a te, a chi li devo da regalà'.
Propone parecchia verdura che sta fuori dal mercato globale, che viene da orti vicino a Roma. Spesso la globalizzazione è fessa, si perde qualcosa per strada, funziona su un sistema tecnico, matematico, globale, appunto. Dove non arriva con il suo sistema di penetrazione non può farci niente, se ne sta a casa sua. Poi i contadini, quelli veri, sono duri di testa. E così, il mercato, per fortuna, è ancora pieno di prodotti sinceri, come quelli di una volta.
Sabato scorso una bella signora con l'accento francese ha chiesto a Jamal dei pomodori, e gli fa: ''mi raccomando mi dia quelli piccoli, lucidi e soprattutto senza semi''. Maria mi ha guardato facendo un movimento con le spalle. Poi, quando la bella signora è andata via mi ha fatto: ''i vonno così, che ce devo fa', c'ha pure i capelli bianchi, mica è fatta na ragazzina''.
Tempo fa, il mio amico Ciro, mi diceva a proposito delle verdure mangiate nelle proprie stagioni:
''se mangio le zucchine o i fagiolini d'inverno, me vene o' friddo n'guollo'' e ha ragione.
Però io mi pongo un'altra questione: ''il senza semi''. Il senza semi è una crudeltà che facciamo a noi stessi e alla terra.
Avevo compiuto da poco dieci anni, quando in V elementare, la signorina Boccia, la nostra maestra, ci spiegò il regno vegetale e la sua vita. E' fatto così: seme, pianta, fiore, frutto, seme...
Il pomodoro lucidato e senza semi, cara signora bella, da dove cazzo e venuto fuori? Come se io adesso fossi venuto al mondo direttamente quarantenne, senza aver avuto bisogno dello sperma di mio padre e senza aver trascorso l'infanzia.
Perciò, cara Deborah, amica mia, sei e resterai l'assistente che tutti i grandi chef si sognano, compreso Ferran Adria, sappi che non sei sostituibile, sei generosa, e la tua generosità ti regala una bella virtù che tu ci doni, l'umiltà. La tua dolce meraviglia ed i tuoi complimenti di ieri su ciò che avevo preparato mi lusingano, ma soprattutto lusingano la natura stessa!
Era una bella giornata calda di giugno ed abbiamo mangiato pomodori con basilico e peperoncini verdi, un po' di vino bianco e parecchia acqua ghiacciata con limone e menta.
I pomodori, non erano poi così lucidi ed avevano i semi.
Vostro basilicoviola
Pubblicato da basilico a 01.15 0 commenti